Articoli

Oggi mi sono svegliata entusiasta di speranze passate.
Al lavoro cerco online degli articoli. Dopo quasi due anni.
Articoli di ciò che mi rappresentava.
Articoli su ciò che mi appassionava.
Di cui leggevo dodici ore al giorno senza esserne mai sazia.

Ogni titolo, ogni frase è nostalgia.
Ho perso quella vita, quella me. L’ho ripudiata.
Torno indietro ad ogni virgola. Scopro come l’orizzonte è cambiato in due anni.
Tanti, tanti articoli nuovi. Una vagonata di sapere.
Che avrei voluto avere.

Tecniche impossibili, qui.
Scoperte improbabili. Qui.
Ma anche lì, in fondo, la speranza moriva nel tritacarne del realismo.
E la mia era morta da tempo, prima che la squarciassi con la lametta.

La nostalgia è bella.
Vorrei ricominciare a vivere di domande e curiosità.
Vorrei ricominciare a sentirmi una ricercatrice in erba.
A desiderare di scoprire.
Leggo e penso: potevo essere io.
Divoro a mente quella conoscenza.
Nostalgia, rimpianti.
Mi manca. Mi manca la frustrazione della ricerca di un perché.
Mi manca una frustrazione appassionata che non si spegne davanti a cinquecento giorni di fallimenti. Che non si spegne a notte fonda di fronte all’ennesima ipotesi sbagliata. Che continua a credere e sperare di riuscire. Prima o poi, a capire un pezzetto di mondo.

Allora speravo. Allora potevo.
Lì, potevo. Avevo l’animo giovane, allora.

Poi, leggo i nomi sugli articoli. Nessuno che conosca.
Forse, anche a Cambridge. Forse, anche lì, quelle scoperte sono impossibili.

I sogni sono destinati a morire. Non importa dove.

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Ipersensibile ai ricordi

Ma che ricordi? Qualunque spunto mi riporta indietro.
A non più di due anni fa.

Pensavo che solo i momenti più intensi fossero rimasti.
Invece, anche il grigio.
Anche il limbo.
Anche le notti di delirio, ubriaca.
Quando credevo che tutto avesse un senso nella musica.

L’alcol, sempre l’alcol.
Nei ricordi, anche lì, è il protagonista.
Senza alcol non riaffiorano. Bastano due birre a risvegliare le emozioni sopite in fondo alle membra. Nere, schiacciate nella pressa della falsa indifferenza.

Con l’alcol riesco a vivere.
E sento che. Non ne potrò mai fare a meno.
Mi dispiace, amore.
Non sono abbastanza forte per accompagnarti mano nella mano nel cammino della vita. Di quella che potrebbe essere la nostra.

L’alcol mi rende vera, vibrante.
Amo, sento, ricordo e tutto ha un senso.
Tutto vive intorno a me.
Brilla di calore e sentimento.

Una giornata senza alcol è anima sottratta ad un corpo in decomposizione.
E se il mio corpo ne dovrà morire, almeno avrà vissuto.

Cosa ho fatto…

A volte mi sento come quando non volevo più sentire.
E non capisco perché. Ma è un a volte frequente.
Solo un pensiero, nessuna azione.
Poi, guardo la mia cicatrice, diafana e lucente. Bella. Romantica.

Cosa ha scatenato questa malinconia di autoannullamento.
Un pensiero casuale.
Sto scendendo due gradini. Ho il flash di me che cado e mi spezzo il collo. Paralisi totale.
E mi dispiace. Non voglio.
E’ un istante.
Pensiero seguente: mi dispiace, quindi non voglio più morire.
Morire, cosa ho fatto?
Perché ho distrutto tutto?
Perché sono tre anni più vecchia e cento passi indietro?

Ancora, rimorso, senso di colpa. Rabbia, rabbia.
Tristezza.
Rabbia.
Cosa ho fatto? Cosa…

Tutto questo è una frazione di secondo.
Sparisce in un battito di ciglia e i tre gradini li ho fatti.
Esco sorridente e riprendo a vivere la serata come da copione.

Fine serata, adesso ho qualcosa in fondo allo stomaco.
La cena, sì.
No.
Risale a prendere la gola e gli occhi.
Mi avvolge voluttuoso.

Non voglio vivere una vita di rimorso.
Ma il rimorso mi appartiene.

Cosa ho fatto…
Come ho fatto? Cristo. Perché?
Il buco nero in fondo allo stomaco mi risucchia l’anima, ma non se lo porta via.
Mi domina le membra, ma non il pensiero.
Sto male e non so perché.
Sto male una sera in più. Senza alcol.
Sto male e non vedo via d’uscita. E ricordo cosa avevo provato, allora.
Un ricordo sbiadito, ma pur sempre mio.

I pensieri si affollano ora, che scrivo, per scrivere.
Se non scrivo, io sono emozione pura. Fluida e corrosiva.
Il poco ordine che ho fatto, adesso, mi porta ad un solo punto.
Un interrogativo dolente e retorico.

Che cosa ho fatto…

Flashback

Sempre più frequenti. Non veri e propri.
Non rivivo le situazioni nella loro interezza. Solo le emozioni che le caratterizzavano.

Cambridge, sempre la maledetta Cambridge.
La carne comprata da mamma quando è venuta a trovarmi. In freezer. Dopo mesi di assenza era ancora lì. Nera.
Guidare la mattina in direzione del laboratorio, la radio accesa su Heart che trasmetteva sempre gli stessi titoli.
Dire a zia e nonna che no, non serve che vadano sul punt a pagamento. Ce le porterò io, quando avrò imparato a guidarlo. Prima o poi.
La lattuga del mio orto, rigogliosa, che ho offerto a delle coinquiline indifferenti. Le patate lesse insapori che mi hanno proposto come pranzo al sacco e che ho dovuto buttare. Per realizzare che erano le mie patate, quelle del mio orto.
Sorriso smagliante nel comprare le mie pipette, per iniziare in laboratorio. Una collega che mi informa “ce ne sono già, nascoste nel cassetto; riportale indietro”. Scambiare uno sguardo con chi so avercele messe e che da pochi giorni ne ha un nuovo set immacolato.
La macchina fotografica, i soldi che mi avevano trasferito i miei come regalo per vivere meglio lì, a Cambridge. Quel Natale. Il Natale in cui la mia vita è implosa.

Ciò di cui ho scritto, nelle mie 300 carte imbrattate, non ha più lo stesso potere. Ma da quel testo sono state sottratte troppe sfumarure della realtà. E tutte queste sfumature mi assalgono all’improvviso. Le vivo con una stretta alla gola.

Era tanto che non scrivevo da sobria.
Ma adesso le emozioni sono sufficientemente intense. Questi ricordi, all’improvviso. Per una frazione di secondo, mentre leggo testi di studio troppo noiosi. Mentre parlo con il mio lui. Mentre cammino. Mentre lavoro.
Questi ricordi non voglio perderli.
Anche se fanno male, tanto male. Devono restare.

Password

“Password dimenticata?
Per accedere al tuo account devi recarti personalmente presso la segreteria dell’università di Cambridge.”
Cosa?!

Possibile che ogni volta che provo a smuovere la situazione finisco in un pantano di account, password e moduli da firmare?
Ho dimenticato le password, sì.
Le ho dimenticate. Ne ho persa una, due, cinque.
E a Cambridge, per una password, non ci torno davvero.
Anzi, a Cambridge.
A Cambridge non ci torno.

Il vago ricordo del lavoro lì mi tira l’aria nel petto sotto ai piedi.
Riempie le tempie di amaro.
E corrode il pensiero.
Per fortuna, per fortuna non ci sono. Per fortuna sono scappata.
O è l’essermene andata che mi causa tanto malessere?

Avrebbe potuto essere, avrebbe potuto. Quasi accettabile.
Ho provato a rendere la vita, lì, accettabile.
E ci stavo riuscendo, accidenti.
Prima di.

E adesso che vorrei, definitivamente, una volta per tutte, chiudere.
Manca la password.
Sì, ho dimenticato la chiave della mia vita lì. E adesso che la sto guardando dal buco della serratura capisco. Che, se ciò che scorgo è ciò che avevo. E potrei avere, lì. Aver perso la chiave è un bene.

Adesso mi servirebbe, però. Per un attimo. Per rendere quel periodo meno buio e dirmi che, sì, un costrutto l’ha prodotto. Almeno un master, un pezzo di carta di un titolo che fa ridere di rancore. E allevia il rancore di tutto ciò che ho buttato.
Mi servirebbe aprire quella porta, chiudere gli occhi forte. Entrare senza respirare. Prendere quel pezzo di carta e scappare. Tirare la porta, sbatterla con me fuori da lì. E lasciare la chiave nella serratura perché possa nascondere anche l’ultimo spiraglio di quel mondo.
Quel passato che non ricordo, ma il cui sentore mi schiaccia.

Perdere una password è irritante.
Ma, a volte, fa bene.
Spero di perderla, di nuovo, dopo averla riavuta.
Spero di non avere mai più accesso a quella parte di me.
Dimenticarla, chiusa dietro ad un chiavistello.