Password

“Password dimenticata?
Per accedere al tuo account devi recarti personalmente presso la segreteria dell’università di Cambridge.”
Cosa?!

Possibile che ogni volta che provo a smuovere la situazione finisco in un pantano di account, password e moduli da firmare?
Ho dimenticato le password, sì.
Le ho dimenticate. Ne ho persa una, due, cinque.
E a Cambridge, per una password, non ci torno davvero.
Anzi, a Cambridge.
A Cambridge non ci torno.

Il vago ricordo del lavoro lì mi tira l’aria nel petto sotto ai piedi.
Riempie le tempie di amaro.
E corrode il pensiero.
Per fortuna, per fortuna non ci sono. Per fortuna sono scappata.
O è l’essermene andata che mi causa tanto malessere?

Avrebbe potuto essere, avrebbe potuto. Quasi accettabile.
Ho provato a rendere la vita, lì, accettabile.
E ci stavo riuscendo, accidenti.
Prima di.

E adesso che vorrei, definitivamente, una volta per tutte, chiudere.
Manca la password.
Sì, ho dimenticato la chiave della mia vita lì. E adesso che la sto guardando dal buco della serratura capisco. Che, se ciò che scorgo è ciò che avevo. E potrei avere, lì. Aver perso la chiave è un bene.

Adesso mi servirebbe, però. Per un attimo. Per rendere quel periodo meno buio e dirmi che, sì, un costrutto l’ha prodotto. Almeno un master, un pezzo di carta di un titolo che fa ridere di rancore. E allevia il rancore di tutto ciò che ho buttato.
Mi servirebbe aprire quella porta, chiudere gli occhi forte. Entrare senza respirare. Prendere quel pezzo di carta e scappare. Tirare la porta, sbatterla con me fuori da lì. E lasciare la chiave nella serratura perché possa nascondere anche l’ultimo spiraglio di quel mondo.
Quel passato che non ricordo, ma il cui sentore mi schiaccia.

Perdere una password è irritante.
Ma, a volte, fa bene.
Spero di perderla, di nuovo, dopo averla riavuta.
Spero di non avere mai più accesso a quella parte di me.
Dimenticarla, chiusa dietro ad un chiavistello.

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Il valore assegnatomi

Ho appena saputo.
Che se vincerò la posizione di dottorato il mio stipendio sarà.
Non basso.
Inferiore.
Inferiore rispetto ad altre persone meno qualificate meno predisposte meno dedite alla ricerca di me.

Inferiore.
Non di poco.
E allora niente.
Col cazzo che mi avranno.

Io.
Il dottorato.
Mai più.

Io.
Il dottorato.
Già ci ho provato.
E lo stile di vita di accattonaggio mi ha spezzata.

Dopo altri tre anni non accetto di essere di nuovo un’accattona.
Non se altri hanno di più.

Accattona e in trappola.
Non posso fare altro.
Non posso studiare lavorare niente.
Non posso.

Non ho alcuna intenzione di dedicarmi alla causa.
La causa che ho inseguito per dieci anni.
La causa della conoscenza scientifica.
Che stronzata.
La causa è un’illusione.
Come tutto ciò che ho vissuto fino ad un anno fa.

Non esiste altro che business e ruberie.
All’estero come in Italia.
All’estero più che in Italia.

Qualcuno fa il dottorato e guadagna molto più di quanto prendevo e prenderei io.
E allora no.
No.
Preferisco dormire per strada.
Io non mi regalo così.
Il sacro fuoco della follia non mi possiede più.
Non mi regalo più.

Ciclo. Ciclo.
Mi odio.
Li odio.
Vi odio.

Ciclo. Che faccio? Adesso che faccio?
No, niente dottorato.
Ci stavo già arrivando. A questa conclusione.
E con la storia dello stipendio… adesso ne sono certa.

Il dottorato per cosa? Fare ricerca scadente noiosa e spenta.
E spegnermi giorno dopo giorno sempre di più.
Non amare niente. Di ciò che faccio e ciò che sono.
Odiare me stessa per odiare il valore che mi è stato assegnato.
Mille euro, dopo dieci anni di studio.

Vado a fare qualunque cosa.
Qualunque. Altra.
I servizi di pulizie, rifornimento delle macchinette, ripetizioni, vendere braccialetti di carta online.
Vendere il mio corpo a prezzi ridicoli. Guadagnerei di più.
E non mi sarei degratata di più. Che non così.
Pagata una miseria quando altri prendono il doppio.

Se non mi costringo a chiudere potrò riempire pagine e pagine.
Riempirò la notte con questi pensieri.
E con il rancore che mi domina.

Ricominciare

Soldi.
Non sono mai entrati nel panorama dei miei pensieri.
Mai, durante la mia formazione.

Grandi ideali, grandi sogni.
Grandi cazzate.
Non mi importava, perché perdersi dietro alla greve materialità della vita?
La mia esistenza avrebbe avuto un’altra risonanza.
Non il tintinnio. E ci sto sbattendo il muso.

I sogni appassiti, gli ideali schiantati sotto un treno.
Sfracellati.
Quanta poca poesia sfoggio stasera.

Tutto ciò a cui riesco a pensare adesso.
Trenta euro al giorno di guadagno. Per sei mesi. Poi chissà.
Quasi seicento di affitto.
Dieci anni passati a studiare.
Quello studio che, pure lui, mi fa spendere fortune in psicologi e psichiatri.
Ma che cazzo.

Ho sbagliato tutto.
In partenza.

Posso ricominciare?
Per favore.
Ricominciare.

Questa volta sfrutterò meglio le mie carte.
Ne sono certa.
Niente più fantasie e grilli per la testa. Grilli di successo nella scienza.
Si può essere tanto stupidi?

Questa volta solo e soltanto lavoro onesto e guadagno.
Magari seguirò il consiglio sempre disdegnato di studiare medicina.
L’avrei odiato.
Ma non mi troverei in questi panni adesso.
Avvocatura, peggio.
Un mestiere che paga?
Spacciatore?
Va bene lo stesso. Ah, già, pare non sia onesto.

Riformulo.
Questa volta soltanto lavoro e guadagno.

Una carta l’avrei sempre.
Fare la escort.
Magari di quelle che fanno la parte della Lolita.
Con un bel lecca lecca rotondo e le giarrettiere sotto la gonnellina rossa.
Pare che una volta mi riuscisse bene.
Ma perché non riesco a dimagrire?
Non ho più neanche quello.

Ho sbagliato tutto.
E adesso?
Dieci anni di annientamento e stress per fare un lavoro che non paga e non mi interessa più? Mi annoia. Mi limita.
Porta rancore, rabbia e disgusto.

Fare ricerca qui, in questo modo, è un tirare a campare.
Non sarà mai la scoperta del secolo.
E io sarò solo una poveraccia sottopagata come tanti.

Ho sbagliato tutto.
Lo chiedo con il cuore. Posso ricominciare?
Diciotto anni e l’energia di una vita.
Ricominciare.
Cambierei tutto.

Tutti i miei vecchi ideali stantii.
Come sono cambiata.
Tutto ciò in cui credevo è passato attraverso il tritacarne del realismo.

Sono confusa.
Non posso ricominciare.
Posso annaspare. Odiare.
Me stessa e chi ha saputo scegliere meglio. Per tempo.

Il percorso è stato scelto.
E adesso sono in trappola.

 

Account

È sconfortante.
Capire che i click su questa pagina erano dovuti a tinder, perlopiù.
Cancellato l’account, niente più visualizzazioni.

È sconfortante pensare che l’unico interesse che posso suscitare è come partner sessuale, per una notte.
E neanche quello ormai.
Quindici chili allontanano.
Benissimo.

È sconfortante osservare come ogni mio tentativo fallisca.
Sono stanca di provare.
Il rancore cresce. Solo quello.

Se non importa a nessuno.
Non importa neanche a me.

In un mondo di social vediamo solo gli account. Non le persone.
Io per prima.
Io per prima preferisco chattare a parlare, di persona.

E io sono un account. Uno come tanti.
Certo, una persona come tante. Anche un po’ meno interessante.
Un po’ meno allettante.
Troppi problemi, troppe questioni, troppe discussioni.
Neanche tanto attraente.

Basta.

Non interessa.
Non interesso.

Ma non tornerò su tinder per qualche click.
Non è sconfortante. Non solo.
È degradante.
Non sono io che vogliono.
È il buco che ho tra le gambe.

Un account. Niente.
Un account preso in considerazione raramente.
Solo su siti di incontri.
Perché gli account con un buco sono pochi, lì.

Non mi leggete.
Non importa.

Se avessi un altro modo per tirare avanti,
non mi leggerei neanche io.