Orizzonti sfumati

Compilo un curriculum, perché mi sento viva e desiderosa di donare. Con il mio lavoro.
Il lavoro che ho scelto, il dottorato che mi sono fatta piombare addosso, per la seconda volta, non regala altro che sconforto.

Adesso che avrei voglia di mettermi in gioco, vengo frenata.
“Era meglio quando stavi qui a scaldare la sedia”, sembrano dire.
Perché loro, del fatto che scaldassi la sedia, non se n’erano accorti. Mi ritenevano efficiente ad occhi chiusi.
Non appena lo sono diventata, davvero, efficiente. Almeno al 30% delle mie reali possibilità. Allora hanno deciso che di carne, al fuoco, ne stavo mettendo troppa.
Quindi basta.
Adesso scaldo la sedia, di nuovo.
Ѐ triste, squallido portarsi in un luogo dove l’intraprendenza è castrata.
Basta, non mi interessa.
Non mi interessa più.
Mi volete così, spenta? Così mi avrete.
Questo vi meritate.

Quindi, cerco una toppa. Un altro impegno, che mi dia la soddisfazione necessaria a stare in piedi. Quattro anni.
I quattro anni in cui dovrò portarmi lì, stancamente, ogni mattina. A scaldare la sedia.
E il curriculum è il primo passo.

Mentre lo scrivo ricordo un altro periodo, in cui il curriculum era fondamentale: quattro anni fa, quando cercavo un dottorato.
No, non quello di adesso. Un dottorato serio, intendo. Uno per il quale avrei inghiottito sangue e dove il mio sudore, tutta la mia “carne al fuoco” sarebbe stata apprezzata.
Ricordo le offerte che sono arrivate. Specialmente da Heidelberg, all’EMBL.
Uno dei centri di ricerca più importanti, in Europa.
Per una volta, lì, mi ero sentita desiderata. Contesa, corteggiata.
Avevano fatto di tutto per convincermi a lavorare con loro.
Ho scelto Cambridge.

Sono passati quattro anni ed io, sul curriculum, non ho nient’altro da aggiungere.
Se non che i miei orizzonti sono, ormai, sfumati.

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