Close your eyes

Ho messo Bublé, mentre svolgo compiti da scimmia ammaestrata in laboratorio.
Sapevo, ma ho corso il rischio.
Nessun effetto all’inizio. Meno male.

Poi eccola, una stretta nella gola che spinge le lacrime in alto.
E sono di nuovo lì.
A Cambridge.
A casa, ubriaca, in chat con lui.
Al lavoro, sguardo fisso su uno schermo bicromatico.
A letto. Quella notte in cui ho pensato che la mia vita sarebbe cambiata per sempre.
Questa canzone mi ha accompagnata, momento dopo momento, nella mia ossessione. Ossessione per una persona, la prima.
E in seguito, anche per gli altri. Meno importanti. Di cui il ricordo è offuscato.
Ma non quello di lui.
Il suo ricordo è tagliente. E riaffiora tra queste note ovattate.

Forse speravo di sentirla. Di tornare indietro ad un periodo buio.
Ma intenso.
Il periodo più vero, significativo che mai vivrò.

Adesso so che il tempo non ha smorzato le emozioni.
E ogni volta che vorrò, questa canzone.
Potrà sommergermi nella nostalgia di un incubo.

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Password

“Password dimenticata?
Per accedere al tuo account devi recarti personalmente presso la segreteria dell’università di Cambridge.”
Cosa?!

Possibile che ogni volta che provo a smuovere la situazione finisco in un pantano di account, password e moduli da firmare?
Ho dimenticato le password, sì.
Le ho dimenticate. Ne ho persa una, due, cinque.
E a Cambridge, per una password, non ci torno davvero.
Anzi, a Cambridge.
A Cambridge non ci torno.

Il vago ricordo del lavoro lì mi tira l’aria nel petto sotto ai piedi.
Riempie le tempie di amaro.
E corrode il pensiero.
Per fortuna, per fortuna non ci sono. Per fortuna sono scappata.
O è l’essermene andata che mi causa tanto malessere?

Avrebbe potuto essere, avrebbe potuto. Quasi accettabile.
Ho provato a rendere la vita, lì, accettabile.
E ci stavo riuscendo, accidenti.
Prima di.

E adesso che vorrei, definitivamente, una volta per tutte, chiudere.
Manca la password.
Sì, ho dimenticato la chiave della mia vita lì. E adesso che la sto guardando dal buco della serratura capisco. Che, se ciò che scorgo è ciò che avevo. E potrei avere, lì. Aver perso la chiave è un bene.

Adesso mi servirebbe, però. Per un attimo. Per rendere quel periodo meno buio e dirmi che, sì, un costrutto l’ha prodotto. Almeno un master, un pezzo di carta di un titolo che fa ridere di rancore. E allevia il rancore di tutto ciò che ho buttato.
Mi servirebbe aprire quella porta, chiudere gli occhi forte. Entrare senza respirare. Prendere quel pezzo di carta e scappare. Tirare la porta, sbatterla con me fuori da lì. E lasciare la chiave nella serratura perché possa nascondere anche l’ultimo spiraglio di quel mondo.
Quel passato che non ricordo, ma il cui sentore mi schiaccia.

Perdere una password è irritante.
Ma, a volte, fa bene.
Spero di perderla, di nuovo, dopo averla riavuta.
Spero di non avere mai più accesso a quella parte di me.
Dimenticarla, chiusa dietro ad un chiavistello.