Tumulto

Il malessere invisibile

Sentire tutto assieme.
Adesso ricordo. Adesso, un minimo, ricordo.
Fastidio, rabbia, tristezza, insofferenza.
Senso di colpa, stanchezza, delusione, frustrazione.

Vorrei voler fare.
Ma sono troppo stanca.
Mi stizzisce e mi sento in colpa.
La malinconia è sempre in agguato, in fondo allo stomaco.
Le lacrime vorrebbero salire, ma non ci sono i presupposti.
Così arranco, insisto, ricomincio.
Non ho modo di sfogarmi, forse non ne ho neanche bisogno.

Questa insofferenza è intollerabile.
Mi scava lentamente nella carne, un giro di coltello alla volta.
Lentamente, costantemente.
Pungente più che tagliente.
Sono al lavoro da poche ore. Non posso andare.
E se andassi dovrei camminare.
Poi entrare in casa e sentirmi di nuovo in colpa.
In colpa perché non ho pulito, in colpa perché non ho intenzione di farlo.
In colpa perché dovrei lavorare, svolgere dei compiti burocratici.
In colpa perché vorrei scrivere.

In colpa perché sto gettando, ancora una volta, una…

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Trascinandosi

Il malessere invisibile

Non sarà un post duro.
Non sarà crudo, forte, di impatto come vorrei.
Sarà un post anonimo.
Anonimo come mi sento al momento.

Bevo ogni sera fino ad ubriacarmi.
Mangio troppo e male.
Ho la nausea.
Ho sete.
E sono insoddisfatta.

Mi sveglio a mezzogiorno e ciondolo per casa.
La casa che sto trattando come una discarica.
Piatti sporchi accatastati gli uni sugli altri nel minuscolo cucinino.
Vestiti gettati alla rinfusa sul pavimento del bagno, che porta ancora le tracce dell’ultimo mestruo.
Lavare il pavimento non è contemplato da settimane.
Così come lavare il mio corpo.
Ho finito il dentifricio. Tanto non mi serve.

Mi trascino dal letto al tavolo dove sono ammucchiati volantini e tutti gli ammennicoli per creare perline. Apro il tablet e guardo un film.
Uno qualunque.
Mi vesto, a volte.
Mi vesto se devo andare al lavoro. Non posso non presentarmi affatto.
Ancora a quel livello…

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Umido

Il malessere invisibile

Aria fresca, odore di pioggia.
Umido.
Il ticchettio delle gocce che toccano l’asfalto.

Non sono più qui.
Sono tornata indietro, più di un anno fa. Due.
Cambridge.
Aria fresca, odore di pioggia.
Umido.
Mi stringo nel cappotto troppo leggero.
Non sono in Italia, accidenti.

Lontana da casa, ma rinvigorita dal desiderio. Dall’entusiasmo.
Un laboratorio sperso nei campi.
Lo sguardo corre libero verso l’orizzonte.
Verde e azzurro.
Vento.
Mi sento viva. Sferzata.
La mente corre verso i risultati, i successi che certamente arriveranno.
In mezzo ai campi.
Da sola.

Sola e straniera.
Nessun amico, nessun conforto.
Se non il lavoro.
Se non l’ambizione.

Aria fresca, odore di pioggia.
Anche qui, adesso.
Sola, non più straniera.
Sola, senza il conforto di lavoro e ambizione.
Rivivo il passato.
Non può tornare.
Quella me non può tornare.

Non ho fallito nella mia notte di follia.
Non ho fallito.
Ho ucciso davvero.
Mi sono uccisa.

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Calma

Il malessere invisibile

Calma.
Anche se il mondo mi mette a dura prova.

Calma.
Qando il desiderio è proiettato ad un solo fine.
Quando per vivere esiste un’unica opzione.

Calma.
Ho immaginato, ho voluto.
Essere percossa, presa, sottomessa.
Frustata. Frustata a sangue.
Allora ho potuto. Ho potuto sentire e vivere la serenità.

Una giornata neutra, insulsa, inutile come le altre.
Perché dovrei voler lavorare?
Per guadagnare cosa?
Vivere così è accettare di essere formiche.

Allora cosa? Cosa posso fare?
Io voglio.
Voglio sentire.

Il dolore è suggestivo.
Il dolore ispira.
Il dolore cura.

Voglio essere percossa, frustata, umiliata.
Una mano stretta sulla mia gola fino all’ultimo respiro.
Se vivrò, avrò voluto. Avrò sperato di farcela.

La calma. La calma arriva solo con il dolore.
Un binomio inscindibile.
Il dolore è un rifugio. Una certezza.
Lui può sempre arrivare.
Non si nega.

Qualcuno venga a percuotermi, frustarmi, umiliarmi.
Ve lo chiedo per favore.
Portatemi…

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Il gown

Il gown che ho odiato. Dal primo giorno.
È ancora lì, nell’armadio. Mi guarda strafottente, al mio sguardo stupito.
Non ricordavo di averlo, ancora. Perché è ancora qui?
Per ricordarmi troppo dolore e troppo rammarico?
Per questo ho molti altri espedienti.
Non serve quel gown, non serve.
Se non avessi fatto tutto ciò che ho fatto, in questi due anni.
Se non avessi distrutto tutto ciò che ho distrutto.
Se avessi resistito, come sempre. Se avessi resistito.
Adesso lo dovrei usare, finalmente. Usare per dire addio ad una fase orribile, ma proficua.
E adesso, che ho detto addio alla fase proficua, ma non a quella orribile.
Quel gown, inutile, è qui a rinfacciarmelo.

Aspetto

Lo sento che devo, devo scrivere.
Ho scritto pagine nella mia mente, in cinque minuti di pioggia bollente sulla mia testa.
Ne ho scritte.
E adesso, Nora? Adesso cosa sei? La tua creazione svanita, cosa sei? Cosa ti rimane?
Un guazzabuglio di frammenti.
La doccia, calda, bollente.
Mi bagna, mi ustiona.
Un corpo abbandonato a terra. Rosa, Morbido.
Carne di pollo. No, più rosa. Pollo. Grosso.
Sono io. Io il pollo. Io la carne.
Nora, ti vedi? Accasciata, lì. Alzati, perdio.
Il doccino mi guarda. Grigio, tanti buchi regolari. Acqua che mi colpisce il viso come piccoli aghi di fuoco. Un fuoco d’artificio spento. Monocromatico. Che nessuno applaudirà.
Lo sguardo fisso si sposta. L’angolo della doccia, poco distante. Bianco, beige. Il doccino, grigio.
Aspetto. Sono davvero io lì? Seduta ad aspettare? Cosa? Seduta e basta.
Nora, alzati, ma che fai?
Aspetto.
Aspetto che passi. Come sempre. Come tutto.
Passerà e domani, lo so. Domani avrò una nuova missione, per poche ore.
Poi la sera sarò qui. Per terra, da qualche parte.
Ubriaca, sobria, in lacrime, urlante. Persa nel vuoto.
La sera io lo so, sarò qui.
Le emozioni di domani sono un palliativo, la mia pillola di sopravvivenza.
Durano qualche ora e mi fanno sperare.
Spera, Nora. Lo sai che speri. Anche troppo, speri. Speri, sempre.
Perché non ti arrendi, diamine?
Sfido io a non arrendersi, adesso.
Sfido. Sfido.
Dell’egoista, mi darebbero.
Egoista sticazzi.
Fanculo. Andate tutti in culo, voi che credete di capire. Ma cosa capite? Cosa capite?
Cosa capite…
Cosa so, cosa vedo e voi mai immaginerete. Pensate, pensate. Falsi ipocriti.
Pensate, pensate. Pensate e credete di capire.
Io domani per qualche ora vivrò. Per morire ben prima del sonno.
Per vedere la mia anima bruciare e solo. Aspettare.
Domani.
Domani.
Io odio domani.
Odio sperare sapendo quanto è sciocco.
Odio essere, dopotutto, un’inguaribile ottimista.

Io, come sempe

Io valgo.
Lo stesso.

Io valgo, comunque.
Io valgo.
Io valgo.
Io valgo.

Non importa come, ma io valgo.
Io devo valere, cazzo.
Io valgo.
E resisto.

Io valgo. Io valgo. Io valgo.
Io vado avanti e valgo.
Non importa come o perché.
Ma io valgo.
Io valgo.
Io valgo.
Io valgo.
Io valgo.
Io valgo.

Non serve leggerlo tutto. Non so quanto ancora andrà avanti.
Ma adesso ne ho bisogno e lo scrivo.
Io valgo.
Sempre e indipendentemente.
Io valgo.
Io vivo. Io sono.
Io valgo.
Io sono un essere umano.
Io respiro.
Quindi valgo.
Io valgo.
Perché se dico che “sono un relitto tra i flutti”
Non mi si prende sul serio.
Io valgo.
Io valgo.
Io sono.

Io vivo.
Io resisto.
Io vado avanti.
Io sono.
Io valgo.
Davvero.
Sicuro.
Io valgo.

Sempre. Comunque.
Io valgo.
Io vivo.
Io sono e basta, indipendentemente dal mondo.
Vedi che respiro?
Lo vedi?
Quindi sono. Vivo.
Io respiro.
Io respiro. Respiro.
Io sono.
Valgo, vaglo, valgo, valgo, sono, vivo, ci sono, vivo, vado avanti, lo so che ci sono.
Io valgo e ci sono.
Io ci sono ancora.
Ci sono e vado avanti. Ci sono e lo so.
Ci sono perché non è un caso perché tutto è se respira e io ci sono e respiro quindi sono ancora, per un po’.
E stasera questa tastiera è il mio respiro. Il mio ossigeno.
Aria, io ci sono. Aria, io voglio esserci.
Non vorrei qui, non così non più, basta.
Ma io valgo anche se sono feccia.
Io valgo anche sotto una suola.
Io valgo.
Ti prego, tastiera, dimmelo anche tu.