Musicals

Mi consento di essere banale, stasera
Banale è pulito, lineare, ma soprattutto vero.
Sono più vera? Sono mai stata vera?
Sono stanca di chiedermelo.
Voglio sentire come stasera, senza riuscire a capirne il perché.
Proprio perché non riesco. E’ vivo, almeno.

Come sempre ho bevuto, ma questa volta mi sono lasciata trasportare dai ricordi e dalla musica, perché anche io ho un’anima. Un’anima così ingenua che la musica mi emozionava fino a mattina ogni notte nella vita vera, la aspettavo e sognavo, sbagliavo.
Tanti anni di silenzio.
Troppo vuoto, nulla. Adesso.
Adesso mi vorrei assordare di ciò che mi sono negata.
Musica non sbaglia, c’è e io lo devo, posso, accettare. Posso lasciarmi vivere un’emozione, perché la conosco. Io la conosco.
E’ l’emozione di dieci anni fa, di quando ero già troppo vecchia nell’animo per permettermi di vivere, ma lo desideravo intensamente. Non ci avevo rinunciato. Forse.

Io vivevo ogni notte con Youtube, video crack di musicals triti che per me erano e sono la vita, la mia, più di quella che mi passa davanti agli occhi.
Musica e parole che mi rappresentano in pieno.
Vorrei poterli vivere senza limiti, senza i limiti che mi impongo.
Troppo tardi, troppo presto, troppo autentica e senza veli.
Non è mai il tempo per la mia voce di aprirsi alle mie emozioni.

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Ruggine

Si era alzata presto, quella mattina, alle nove. Aveva tappato la fame con la Nutella sul comodino, lo stesso cucchiaio impastato di ogni mattina.
Lo specchio sul lavabo le confermò che aveva i capelli puliti, solo un po’ schiacciati dal cuscino: il giorno prima si era lavata. Una doccia di lacrime che aveva cercato di arrestare con un getto d’acqua calda sulla testa. L’aveva accolta come il calore dell’abbraccio che le mancava.
Si era lavata, il giorno prima: non serviva perdere tempo. Deodorante, mutande pulite e i vestiti già indossati, buttati sulla sedia. Un caffè. Poteva uscire.
Lacrime, doccia, il pavimento del bagno. Questo ricordava. Il pavimento bagnato di lacrime e saliva. Gattonare verso il salotto, alzarsi. La bottiglia che si svuotava nel bicchiere, il bicchiere alle labbra. La bottiglia alle labbra.
Non avrebbe più bevuto, di questo era certa. Era decisa, quella mattina. Non si sarebbe mai più ridotta in quello stato, solo l’idea di bere la nauseava. Mai più. A partire da quel giorno stesso, a pranzo. Solo acqua. Quell’acqua che diceva “fare ruggine”, ridendo con i compagni di scuola.

Camminava, a passo svelto, verso il lavoro. Senso di colpa misto a rancore, per se stessa. Cosa aveva fatto? Come aveva buttato tutto il giorno, il giorno prima? E quello prima ancora? Non ricordava.
Il caldo del pomeriggio con la bottiglia in mano, mentre tornava ubriaca dal lavoro. Quella sensazione era chiara.
Poi, a casa. TV, il bicchiere. Il pavimento. La consapevolezza di star gettando via la vita, annebbiata. La certezza di volerne ancora, di vino, per godersi un giorno perso, irrecuperabile. Godersi le lacrime di rammarico, solitudine, disgusto.
Quel giorno era ieri e oggi avrebbe vissuto.

Al lavoro, seduta alla scrivania, cercava la speranza nell’entusiasmo, come aveva sempre fatto. “La scienza è meravigliosa”, si diceva, “quanto sono fortunata a farla!” Cercava l’entusiasmo nei risultati altrui, online, perché di suoi non ne aveva da tempo. Stampava lavori scientifici pubblicati su riviste prestigiose, sicura di trovare nuove idee. Si sarebbe impegnata per riscattarsi agli occhi di tutti. E di se stessa.
Cominciava a leggere un articolo, ma i concetti le scappavano dagli occhi. Leggeva e rileggeva la stessa frase senza intuizione. La sua mente non ricamava il mondo immaginario costruito dalle parole. Ogni parola cadeva lì, sulla carta, priva di ogni nesso con la seguente. Doveva essere stanca, l’articolo troppo complicato. Ne iniziava un altro, dalla pila, e lo scartava in pochi minuti. Una sensazione nuova, una frustrazione nuova.
Guardava impaziente l’orario sul cellulare. Finalmente mezzogiorno, il primo momento in cui dire “pranzo” è socialmente accettabile. Solo acqua quel giorno, lo sapeva. Lo aveva deciso. Non si sarebbe negata una pizza, però, non il primo giorno.

Uscì di soppiatto per non farsi vedere dai colleghi e dare l’illusione di essere sempre lì, in ufficio. A dare l’illusione di star lavorando. Conosceva un buon posto per la pizza, ci andava quasi tutti i giorni, per allontanarsi dall’ufficio il più a lungo possibile. Era il posto migliore, nei dintorni.
Un sorriso smagliante al proprietario “E’ troppo presto per mangiare?”.
“Non ti preoccupare, cara. Cosa ti porto, il solito?”.
“Sì, grazie. Una margherita e mezzo di bianco.”

Ragnatela

Era cominciato come un gioco, sembrava tutto innocente e semplice allora. Montagne russe, quello era il vino. Il suo personale lunapark del sabato, dentro la testa.
Usciva il sabato con il fidanzato, un ragazzino che a lei sembrava un adulto, per i soli cinque anni in più. Ne aveva ventuno, lui. In pizzeria o al cinese, ogni sabato sera. Mezzo litro di bianco della casa e qualunque cosa servisse il menu.
Era un rito, il meritato svago di una buona studentessa. Lui era alto, ben piazzato. La barba nera e folta, come i capelli sempre troppo lunghi. Le mani enormi posate sulle sue, attraverso il tavolo. La guardava, la ascoltava. In adorazione, avrebbe detto lei. Il sabato, a cena, era il suo momento.
Lo tracannava in fretta, il vino, perché il parco giochi aprisse. La testa iniziava a formicolare, le mani insensibili. Chiudeva gli occhi e sorrideva, mentre cadeva nel vuoto della sua mente. Cadeva e si risollevava. Ancora, e ancora. In quel momento le stringeva, le mani di lui. Cercava il suo contatto, solo allora. Si sentiva felice, libera, ma protetta.
Parlava, parlava a ruota libera. Delle olimpiadi di matematica, dei compagni di scuola. I professori e la biologia, che studiava per passione. Così credeva. Parlava delle sue frustrazioni e lo guardava, dall’altra parte del tavolo, attento. Che annuiva. E le versava il vino, quando il bicchiere era vuoto.

Dopo dodici anni il vino c’è sempre. Lui, con la barba, non più.
Anche il lunapark è finito. Beve, da sola. Nessuno le riempie il bicchiere al dilà del tavolo.
Beve, tutti i giorni. Anche il sabato.
Non è felice, del vino. Non è felice.
Lo odia, il vino, quasi quanto se stessa. Un sorso dopo l’altro, lenti. La testa non è pesante quando beve, non è più così da anni. Si sente lucida, disgustata, sfinita, assonnata.
Adesso ha un ragno, nella testa. Ha tessuto una ragnatela, bicchiere dopo bicchiere. La sente lì, anche da sobria, la mattina. E si tende, inizia a vibrare, con il vino. Una rete che cattura il piacere di ogni sorso e lo trasforma in una trappola. Vorrebbe romperla, quella dannata tela, ma pulsa nella sua testa come un cancro. La vede sfilarsela dagli occhi, tirarla in un gomitolo grondante sangue, ancora vivo. La tira, con rabbia, con paura.
Non può. Cosa resterebbe di lei, senza quella rete, nel suo cervello? Quel cancro è parte di lei, ormai.
Non può, non può spezzarla. Non può continuare.
Può solo bere, per credere che quella sia la vita che ha scelto.

Nero speranza

Finalmente mi sono decisa.
Ho pubblicato il romanzo che mi ha accopagnata in un lungo periodo di convalescenza, a letto, in clinica psichiatrica.
Rappresenta una fase fondamentale della mia vita, che mi ha cambiata per sempre.
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Disponibile anche in ebook
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