Sarà

Ma ho tanta voglia di un bicchiere fresco di vermentino dei Colli di Luni.

Nono giorno di merda.

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Finalmente, trovato?

Forse, forse…
Un motivo.
Forse, un motivo, adesso. L’ho trovato.
Niente è riuscito a spaventarmi, finora.
Rischio di danni fisici, situazioni pericolose, interruzione di una serie di innumerevoli relazioni. Niente mi ha allontanata, finora, dall’alcol.
Neanche per un giorno.
E adesso, questo motivo, al confronto, è un po’ buffo. Ma, evidentemente, molto più potente.

Non riesco più a fare gli esperimenti in laboratorio, ecco.
Non riesco è un parolone, eppure…
Ripetere il Bradford sei volte in un giorno, per l’inaccuratezza del risultato.
Lavorare a cappa spenta, perché non ho schiacciato bene il pulsante di accensione.
Far cadere un contenitore di isopropanolo sui pantaloni. Per fortuna prima che chiunque possa vedermi.
Intasare il filtro di un pipettatore.
E poi scatole di puntali che cadono, provette aperte in bilico. Ogni istante riesco a sentirmi più stupida.

Sono distratta, maldestra, inaccorta, inaccurata. Compio gesti che so, mi rendo conto non dovrei compiere. Ma lo faccio lo stesso, ed ecco la provetta che cade. Pasticcio fatto.
E adesso, potrà non essere quello, l’alcol.
Potrà non essere lui.
Ma la nuova me, incapace a tale livello, mi spaventa.
Perché conosco la vecchia me precisa e competente. Che sbaglia, certo, come tutti. Ma che, diamine, in laboratorio spacca. Gli esperimenti perfetti, per quanto possibile. Ogni variabile sotto controllo. E se qualcosa scappa, è perché è inevitabile.

Può darsi che non sia l’alcol. Che siano i farmaci. Che sia il ciclo.
Possibile che sia semplicemente arrugginita e svogliata.
Meno motivata.
Ma ogni fonte di incertezza deve sparire dalla mia vita, perché io non posso, non voglio coprirmi di ridicolo per disattenzioni da principiante.

Il timore del fallimento, del giudizio altrui, ma soprattutto del mio stesso.
Sono più potenti di ogni male fisico io possa avere o sviluppare.
E ci sono riusciti.

Ho smesso.

Flashback

Sempre più frequenti. Non veri e propri.
Non rivivo le situazioni nella loro interezza. Solo le emozioni che le caratterizzavano.

Cambridge, sempre la maledetta Cambridge.
La carne comprata da mamma quando è venuta a trovarmi. In freezer. Dopo mesi di assenza era ancora lì. Nera.
Guidare la mattina in direzione del laboratorio, la radio accesa su Heart che trasmetteva sempre gli stessi titoli.
Dire a zia e nonna che no, non serve che vadano sul punt a pagamento. Ce le porterò io, quando avrò imparato a guidarlo. Prima o poi.
La lattuga del mio orto, rigogliosa, che ho offerto a delle coinquiline indifferenti. Le patate lesse insapori che mi hanno proposto come pranzo al sacco e che ho dovuto buttare. Per realizzare che erano le mie patate, quelle del mio orto.
Sorriso smagliante nel comprare le mie pipette, per iniziare in laboratorio. Una collega che mi informa “ce ne sono già, nascoste nel cassetto; riportale indietro”. Scambiare uno sguardo con chi so avercele messe e che da pochi giorni ne ha un nuovo set immacolato.
La macchina fotografica, i soldi che mi avevano trasferito i miei come regalo per vivere meglio lì, a Cambridge. Quel Natale. Il Natale in cui la mia vita è implosa.

Ciò di cui ho scritto, nelle mie 300 carte imbrattate, non ha più lo stesso potere. Ma da quel testo sono state sottratte troppe sfumarure della realtà. E tutte queste sfumature mi assalgono all’improvviso. Le vivo con una stretta alla gola.

Era tanto che non scrivevo da sobria.
Ma adesso le emozioni sono sufficientemente intense. Questi ricordi, all’improvviso. Per una frazione di secondo, mentre leggo testi di studio troppo noiosi. Mentre parlo con il mio lui. Mentre cammino. Mentre lavoro.
Questi ricordi non voglio perderli.
Anche se fanno male, tanto male. Devono restare.

Ritornare

Mi ero fatta un bello schema, ieri sera. Avevo argomenti di cui parlare, mancava la voglia. Domani, mi sono detta. Domani.
Domani è oggi e oggi quello schema non ho bisogno di aprirlo.
Perché anche quando pensi che tutto stia andando per il meglio, che gli incubi stiano sfumando. Quando pensi che per scrivere di nuovo sul blog dovrai un po’ recitare, immedesimarti in una te del passato. E’ meglio che dai uno schiaffo alle tue illusioni, perché la sofferenza non si cancella leggendo un “ti amo”.

E rieccola, l’inquietudine. Quella tristezza che agita le membra alla ricerca di un qualcosa che non esiste e di cui non è consapevole.
Qualcosa che manca da anni, ormai, forse da sempre.
Qualcosa a cui vorrei dare un nome, una forma.
Qualcosa che so solo dovrebbe riempire il solito, stantio e ripetitivo vuoto.
Quando l’ho sentita, oggi, l’inquietudine, mi sono sorpresa.
“E adesso?” mi sono detta. “Adesso che faccio?”
Posso comprare del vino, basta scendere. Ma no, non mi va.
Davvero, non mi va. Aggiungerebbe malinconia alla tristezza e acido sulla lingua.
No, niente vino, stasera.
“Quindi? Cosa?”
Cosa posso fare? Guardare un film. Lo inizio, lo spengo. Ne inizio un secondo. Mi irrito. Che noia, che banalità. Non ce la posso fare.
Mangiare. Cucino, mi ingozzo dei miei quattro gamberi in padella.
Mi alzo, mi siedo. Cammino avanti e indietro.
Scrivo a quel lui. Che almeno mi consola, per un po’.
La mente vaga alla ricerca di cosa possa soddisfare l’inquietudine, questo morbo incurabile che mi affligge. Che sa sempre trovarmi e ritornare.
Così, grazie ad esso, anch’io posso ritornare. A questo blog, a questa me che annaspa.

Non vi preoccupate, saprò sempre trovare la via dell’incertezza.
La via del dolore camuffato.
E ritornare.

Eccomi.

Hashtag

Mi hanno consigliato di metterne, come se piovesse.

Hashtags random perché così funziona il mondo.

Ma così non funziono io, non ancora.

Posso vendermi per qualche click e qualche nuovo follower?

Al momento mi fa rabbrividire, mi fa rabbrividire l’idea.

So che cederò, prima o poi. Come ho ceduto in ogni mia convinzione e principio. Di prncipi ci si riempie la bocca, per spingerli dietro le spalle, a calci strascicati, sotto il tappeto.

E non sai

Quando vuoi andare. E non sai dove.

Quando vuoi fare. E non sai cosa.

Quando sconforto ed irritazione ti dominano. E non sai perché.

In tutta questa confusione ti domando “che cosa posso?” Fare, pensare, raggiungere. Non puoi niente e lo sai. Non puoi combattere la rassegnazione.

Sono stanca di cercare. Stanca e basta. Stanca di una vita tutta sbagliata, in cui la soddisfazione è abnegazione. E il piacere è colpa.