Tempo all’indietro

Torno ad essere la me che ero, sentire come prima. Con molta rabbia e rancore addosso, che si spengono prima, nella sorpresa di ritrovarmi.
Vorrei non aver cancellato la vita che stavo costruendo. Avevo lottato per crearmi un nido, delle competenze, dei risultati. Stava andando come poteva andare, con troppi intoppi, troppa frustrazione. Ma tanta potenzialità.
Ritorno ad essere la me che ho perso, lo sento dentro. Ma non lo so spiegare.
Mi manca Cambridge, dove sono morta.
Mi manca voler vivere di quella che era la mia passione.
Avrei potuto combattere la frustrazione, sfrondare il dannoso o superfluo, invece che combattere chi ero. E chi sono.
Ho perso strada, anni. Salute, da ogni angolo.
Ho acquisito esperienze, una nuova realtà di mondi che non avrei mai incontrato con i paraocchi di chi respira una sola aria inebriante di abnegazione nel lavoro.
La rabbia che rimane non è più tanto verso me stessa, ma verso chi mi ha portata sull’orlo. E il disprezzo per il genere umano che ne consegue non morirà mai.

Adesso so che merito di più.
Rispetto, in primo luogo.
Di essere amata, davvero.
Apprezzata per le mie doti e il mio impegno.
Ascoltata nelle mie richieste.

Ho sempre dato e do tanto,
lo merito. Lo valgo.

Basta ipocrisia.
Basta ipocriti.

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19 marzo 2016

Visto che ormai ho rotto ogni argine…
La realtà davanti a me mi distrae. Così banale nella sua semplicità, per questo più significativa. Viva.
Un viale asfaltato, le foglie secche arricciate ai lati del marciapiede.
Quattro gradini rotti ai margini dall’erba sbucano su un fangoso percorso chimerico: metà cittadino, metà selvaggio.
Guardando indietro si intravedono le automobili, che passano frequenti e rumorose; proseguendo per una discesa artificiale una tranquilla oasi lungofiume ci accoglie. Le canne alte frusciano. Non è ancora estate, solo alcune spiccano per il loro anonimo fiore a scopettino, così alto da fondersi nella visuale con i rami dei pini marittimi.
E’ un calmo e caldo pomeriggio di prima primavera. Il sole si sta abbassando, purtroppo ho poco tempo per godere della luce che delinea i contorni del mondo. La luce che mi ha commossa e salvata in più mattine disperate. Ricordandomi il mio amore per il mondo e per la vita. Le lacrime hanno reso ancora più luccicante e vivido il gioco del verde fogliame nel contendersi lo spazio con l’azzurro intenso di un cielo mattutino.
E’ questo fondersi di realtà a rendere l’insieme speciale.
Mi ricorda la mia parte migliore, la parte animale, che non pensa, ma sente, vive, soffre, si emoziona. Ed è dietro l’angolo.
Non occorre rinnegare la fredda antropizzazione cittadina, alle cui comodità il mio fisico flaccido non saprebbe rinunciare.
Lo ammetto, preferirei il silenzio, la solitudine in questo luogo di meditazione, che più di molti altri mi ha aperto la mente alla pace.
Ma la vita umana lo attraversa. In molteplici forme a cui ieri avevo dedicato un pensiero a se stante, non fissato su carta. Peccato, mi aveva commossa…
La fusione delle realtà fisiche in questo luogo tranquillo mi ricorda la fusione di due mondi interiori molto più distanti dentro di me. Così ovvio e così insolito che non l’avessi realizzato prima.
Questo il mio omaggio a Pisa, a pochi giorni dalla mia partenza per luoghi più rustici, dove il pensiero non si può spingere oltre la mera sopravvivenza del corpo, non rinfrancato neppure da un’accresciuta comunicazione con la natura a cui apparteniamo.

Un accenno di primavera

Il sole tiepido, scalda il sorriso.
Riempie di speranza, ricorda malinconia.

Lo stesso sole, ogni anno.
Anche quest’anno, il sole di due anni fa.

In piena convalescenza. Anzi, crisi.
Uscivo per una passeggiata sul viale, ogni giorno.
Con un amico che mi incoraggiava ad intraprendere questa strada, a scrivere.
Con un dolore rotondo nel petto, che sarebbe diventato tagliente, ma solo in seguito.

Il sole, oggi, mi ha sommersa. Di emozioni perse, ma vive. Di una me persa, ma viva, ancora. Allora. E adesso.

Tre mesi di tiepida follia si accalcano in gola.
Non voglio analizzarli. Ci sono. Sono lì.
Forse non per sempre.
Ma a lungo torneranno con il sole di marzo.
Ogni anno.

Sto maturando

Sto maturando una convinzione,
che è sempre più una certezza.

E’ finita. Da parte mia, lo è.
L’uomo che amavo non esiste, se non nei miei ricordi.
Odio averlo perso, per sempre.

L’uomo che vedo ora, nel suo corpo, è un freddo burattino che si atteggia a tiranno.

Amore, amore. Ti ho amato davvero e ti amo ancora.
Amore, se tu esistessi vivrei per sempre in attesa del tuo ritorno.
Non esisti.
Le mie lacrime non basteranno a far sbiadire il tormento del tuo ricordo.
Il tormento di ciò che avremmo avuto, insieme.
Lo sogno ogni notte.
Ti sogno ogni notte.
Sento il tuo bacio sulle mie labbra e mi sveglio cercandoti.
Non esisti.
Sono affranta.

Adesso capisco, sto maturando.
L’uomo che amo non esiste.

Un orizzonte bianco, vuoto.
Cercherò la forza di riempirlo e non annientarmi in esso.

Coltello

Uno squarcio dopo l’altro.
Sono io che l’ho chiesto.

Non il primo. Quello è venuto dal niente.
Ma io ho insistito.
Sì, ho insistito.
Perché il coltello, che taglia, lo fa senza pensare. Lo fa perché non capisce.
Per paura.
E io posso gestirla, la paura. Io posso gestirlo, il dolore.

Pochi passi avanti e ancora colpisce.
Ogni giorno, ogni ora.
Mi avvicino e il colpo è più deciso. Più potente.

Aspetto, ragiono. Parliamo.
Parliamo, ti prego.
Parliamo, ma ancora. Ancora si chiude lo spazio tra noi.
Solo una lama rimane.
E ferisce.

Sono sfinita. Lacerata in ogni parte.
Io sono forte, mi dico.
Io sono forte.
Sono più forte di questo coltello che taglia per paura.
La paura si domina.
E io la dominerò.

Questo mi dico. Mi ripeto, ogni ora. Ogni giorno.

Tutto inutile.
Porgo il mio corpo alla lama per un ultimo squarcio.

Sono sfinita.
La paura non la vinco, la subisco.
Se non vinco questa, non ho energie per battermi su un campo più grande.
La sopravvivenza all’ignoto. E la perdita,
la perdita di un amore noto.

Ho sperato che fosse perfetto.
Lo spero, ancora.
Ma un coltello che taglia ogni ora non è amore.
E’ sadismo.

Sono sfinita.
Troppo ferita.

Morta