Notifica

Apro l’email di Cambridge per cercare dei file che vorrei non esistessero,
ma che vorrei rappresentassero ciò che faccio, adesso.
Adesso che non ho altro che rimpianto.

Una notifica.
Una qualunque, in pochi secondi.
Le due note solite, che sono state solite e non lo sono più da due anni.
Risvegliano rancore e rimpianto sopiti. Ma non spenti.
Piango senza una ragione,
per il suono di una notifica.

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Litri di alcol

Stasera volevo fare almeno tre cose:
una presentazione, per il lavoro
un’accusa, per chi vuole sopraffarmi
una lettera, per chi spero possa aiutarmi.

Non ne ho fatta alcuna,
perché ho bevuto.

Perché l’odio e la speranza si affogano generando insofferenza. Che devo sfuggire.

Quando la vita è troppo viva per essere vissuta.

Questo sento, quasi ogni giorno.
La forza di emozioni così potenti da schiacciare l’istinto di sopravvivenza.
Emozioni che portano speranza, ma non vita.

Le ho annientate sotto litri di alcol.
Ne ho create di nuove sotto strati di vergogna.
Ma almeno mi sono aiutata ad andare oltre una serata che avrebbe potuto essere l’ultima.

Grazie, alcol.

Sopruso

Oggi pensavo che non ce l’avrei fatta.

Angoscia, poi rabbia. Angoscia.
Furia.

I motivi c’erano, questa volta.
E ho capito.
Il mondo è una cloaca di carne spellata. Carne appesa, con una mano protesa a tenere ben stretto il piccolo traguardo che si vuole accaparrare.
E la carne che vi trovava sostegno, prima, può piombare nella melma pece che ci rappresenta. Per ciò che siamo, dentro.

Ho visto la cloaca. E mi sono indignata.
Indignata, risentita, arrabbiata.
Ho urlato nel torace urla trasparenti e piatte. Che solo il mio petto sentiva vibrare potenti.

Io sono candida.
Forse no, ma lo sono per confronto.
Non sono così, nera.
Io sono qui per essere usata, abusata, derisa e degradata agli ultimi estremi dell’umanità.
Io tollero e accetto.
Io mai cerco di sopraffare.
Ciò che ho è mio perché l’ho meritato sopra ogni altro. Meritato sopra me stessa.

E gli altri, tutti. Questo lo vedono.
Che sono buona.
Credono che equivalga ad ingenua. Non è così.
Io vedo e sento forti dentro me i soprusi. Ma non voglio e non posso contrastarli.
Non voglio perché, ridicolo. Mi sentirei in colpa.
Non posso perché, beffa. Mi ricorderebbe giorno dopo giorno il sopruso che sto vivendo.

E questo, no. Non è accettabile.
Questo, sì. Mi porta il desiderio di annullarmi.
Ma coloro che vivono aggrappati a quello che doveva essere mio, di appiglio, non meritano che la pece mi abbia.
Se vivo è per loro.
Perché loro vedranno chi sarò e cosa posso nonostante il loro meschino,
squallido, piccolo, insignificante e triste sopruso.

Tutto e niente

Una voglia incontenibile che si condensa in insofferenza.
Non voglio bere, non ora.

Aspetto che il tempo passi ed arrivi la notte.
Ma con meno farmaci anche la notte non porta pace.

Odio l’alcol, il suo odore, il suo sapore. Una volta ne godevo.
Adesso mi perseguita.
Nonostante lo odii, è l’unico che sappia domare la bestia in fondo al petto.
Un solo bicchiere e l’odio è dimenticato per far spazio a desiderio. Desiderio di averne di più.

Adesso, però, è lui a causare disagio e angoscia.
Perché lo voglio e lo odio, in una lotta che ricalca la lotta che vivo ogni sera.
Una lotta che non ha temi comuni, ma solo un sentire.
Esasperazione, quella rimane.

L’esasperazione di volere tutto e niente e non esserne mai sazi.

Articoli

Oggi mi sono svegliata entusiasta di speranze passate.
Al lavoro cerco online degli articoli. Dopo quasi due anni.
Articoli di ciò che mi rappresentava.
Articoli su ciò che mi appassionava.
Di cui leggevo dodici ore al giorno senza esserne mai sazia.

Ogni titolo, ogni frase è nostalgia.
Ho perso quella vita, quella me. L’ho ripudiata.
Torno indietro ad ogni virgola. Scopro come l’orizzonte è cambiato in due anni.
Tanti, tanti articoli nuovi. Una vagonata di sapere.
Che avrei voluto avere.

Tecniche impossibili, qui.
Scoperte improbabili. Qui.
Ma anche lì, in fondo, la speranza moriva nel tritacarne del realismo.
E la mia era morta da tempo, prima che la squarciassi con la lametta.

La nostalgia è bella.
Vorrei ricominciare a vivere di domande e curiosità.
Vorrei ricominciare a sentirmi una ricercatrice in erba.
A desiderare di scoprire.
Leggo e penso: potevo essere io.
Divoro a mente quella conoscenza.
Nostalgia, rimpianti.
Mi manca. Mi manca la frustrazione della ricerca di un perché.
Mi manca una frustrazione appassionata che non si spegne davanti a cinquecento giorni di fallimenti. Che non si spegne a notte fonda di fronte all’ennesima ipotesi sbagliata. Che continua a credere e sperare di riuscire. Prima o poi, a capire un pezzetto di mondo.

Allora speravo. Allora potevo.
Lì, potevo. Avevo l’animo giovane, allora.

Poi, leggo i nomi sugli articoli. Nessuno che conosca.
Forse, anche a Cambridge. Forse, anche lì, quelle scoperte sono impossibili.

I sogni sono destinati a morire. Non importa dove.

Ipersensibile ai ricordi

Ma che ricordi? Qualunque spunto mi riporta indietro.
A non più di due anni fa.

Pensavo che solo i momenti più intensi fossero rimasti.
Invece, anche il grigio.
Anche il limbo.
Anche le notti di delirio, ubriaca.
Quando credevo che tutto avesse un senso nella musica.

L’alcol, sempre l’alcol.
Nei ricordi, anche lì, è il protagonista.
Senza alcol non riaffiorano. Bastano due birre a risvegliare le emozioni sopite in fondo alle membra. Nere, schiacciate nella pressa della falsa indifferenza.

Con l’alcol riesco a vivere.
E sento che. Non ne potrò mai fare a meno.
Mi dispiace, amore.
Non sono abbastanza forte per accompagnarti mano nella mano nel cammino della vita. Di quella che potrebbe essere la nostra.

L’alcol mi rende vera, vibrante.
Amo, sento, ricordo e tutto ha un senso.
Tutto vive intorno a me.
Brilla di calore e sentimento.

Una giornata senza alcol è anima sottratta ad un corpo in decomposizione.
E se il mio corpo ne dovrà morire, almeno avrà vissuto.

Sarebbero dieci

Dieci anni. Ieri.

Un anniversario importante. Che non è stato.
Perché colui con cui avrei festeggiato non è più il mio lui.
Forse non lo è mai stato.
Non lo volevo.
Ma l’ho avuto per otto anni e mezzo.

Adesso ho un altro lui, da tre mesi.
Tre mesi.
Non sono niente.
Ma con lui il tempo sembra qualcosa.

Mi sono ammorbidita, credo.
Mi concedo, finalmente, di amare.
Mi concedo di credere di esserne in grado. Di credere che l’amore non sia soltanto una “psicosi” per sognatori ed ingenui.
Di credere che l’amore esista anche per me e senza un secondo fine.

Anche non fosse, a volte lo sento.
E mi fa bene.

Finalmente posso gioire del petto caldo che mi stringe a sé ogni notte.