Ragnatela

Era cominciato come un gioco, sembrava tutto innocente e semplice allora. Montagne russe, quello era il vino. Il suo personale lunapark del sabato, dentro la testa.
Usciva il sabato con il fidanzato, un ragazzino che a lei sembrava un adulto, per i soli cinque anni in più. Ne aveva ventuno, lui. In pizzeria o al cinese, ogni sabato sera. Mezzo litro di bianco della casa e qualunque cosa servisse il menu.
Era un rito, il meritato svago di una buona studentessa. Lui era alto, ben piazzato. La barba nera e folta, come i capelli sempre troppo lunghi. Le mani enormi posate sulle sue, attraverso il tavolo. La guardava, la ascoltava. In adorazione, avrebbe detto lei. Il sabato, a cena, era il suo momento.
Lo tracannava in fretta, il vino, perché il parco giochi aprisse. La testa iniziava a formicolare, le mani insensibili. Chiudeva gli occhi e sorrideva, mentre cadeva nel vuoto della sua mente. Cadeva e si risollevava. Ancora, e ancora. In quel momento le stringeva, le mani di lui. Cercava il suo contatto, solo allora. Si sentiva felice, libera, ma protetta.
Parlava, parlava a ruota libera. Delle olimpiadi di matematica, dei compagni di scuola. I professori e la biologia, che studiava per passione. Così credeva. Parlava delle sue frustrazioni e lo guardava, dall’altra parte del tavolo, attento. Che annuiva. E le versava il vino, quando il bicchiere era vuoto.

Dopo dodici anni il vino c’è sempre. Lui, con la barba, non più.
Anche il lunapark è finito. Beve, da sola. Nessuno le riempie il bicchiere al dilà del tavolo.
Beve, tutti i giorni. Anche il sabato.
Non è felice, del vino. Non è felice.
Lo odia, il vino, quasi quanto se stessa. Un sorso dopo l’altro, lenti. La testa non è pesante quando beve, non è più così da anni. Si sente lucida, disgustata, sfinita, assonnata.
Adesso ha un ragno, nella testa. Ha tessuto una ragnatela, bicchiere dopo bicchiere. La sente lì, anche da sobria, la mattina. E si tende, inizia a vibrare, con il vino. Una rete che cattura il piacere di ogni sorso e lo trasforma in una trappola. Vorrebbe romperla, quella dannata tela, ma pulsa nella sua testa come un cancro. La vede sfilarsela dagli occhi, tirarla in un gomitolo grondante sangue, ancora vivo. La tira, con rabbia, con paura.
Non può. Cosa resterebbe di lei, senza quella rete, nel suo cervello? Quel cancro è parte di lei, ormai.
Non può, non può spezzarla. Non può continuare.
Può solo bere, per credere che quella sia la vita che ha scelto.

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