Online

Il dolore, online, è pulito.
Un urlo pochi tratti neri.

C’è chi legge, nessuno si allarma.
Si può urlare, online.

Unico luogo sicuro.
Di indifferenza.

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La mia prima LSD

Inizio a ridere per una sciocchezza, che neanche ricordo. Rido di gusto e in modo esagerato, chiudo gli occhi e le sagome di luci e ombre sono contorni di un bianco brillante che mi ricorda i film in bianco e nero. In un istante il bianco si diffonde e riempie l’intero campo visivo nella mia palpebra chiusa. Penso ad un uomo con un completo e giacca a maniche lunghe, nero, anni trenta. Lo trovo buffo, ma è solo una sensazione, forse una mia illusione che la sostanza stia iniziando a fare effetto. Sto ridendo e non so perché, ma non mi importa. Il tuo sguardo mi dice “ci siamo”. Lo percepisco divertito, ma anche lievemente preoccupato.
Il fastidio a petto e gola che è iniziato poco fa ci fa pensare che forse è il caso di dare un morso ai panini. Un boccone troppo grande mi rimane incastrato in bocca e non so più come gestirlo, scoppio di nuovo a ridere perché mi sento ridicola e, in fondo, va bene così.
Noto che ho dei piccoli spasmi muscolari. Li sento nelle mani, ma forse li sto immaginando. Le gambe però no, te lo mostro. Mi confermi che succede e ti confesso che sento il panino tremolante nella mia stretta. Non mi preoccupa, è solo un lieve fastidio. Di nuovo risate, questa volta mi segui a cascata. C’è una famiglia con dei bambini dietro di noi, mi domando se si siano accorti di qualcosa. Siamo solo una coppia giovane che se la ride di gusto facendo un picnic.
L’ombra si è spostata, fa troppo caldo. A pochi passi un albero sembra creare un’oasi di ombra, davanti a noi. Raccogliamo le nostre poche cose e ci spostiamo. Con somma delusione ci accorgiamo che l’albero è molto più piccolo di quanto sembrasse e l’oasi non è che un metro sterrato e poco invitante. Vuoi andare in un’altra area del parco, mi devo rimettere le scarpe. Mi butto sull’erba bizzosa, ti chiedo di infilarmele. Non riesci, mi faccio forza. Cento metri sulla strada e rientriamo nel giardino roccioso, stendi il telo esattamente a dieci metri in linea d’aria rispetto a dove eravamo partiti. Le scarpe non sarebbero servite, ma il tutto sembra impiegare uno sforzo enorme. Ridiamo del nostro magro risultato. Comincio a realizzare le lievi fluttuazioni di cui poi mi parlerai. Mi sento lucida a tratti: ho il panino in mano, ma non sono in grado di mangiarlo. Un minuto e lo guardo, perché è ancora qui? Una coppia dietro di noi si sta coccolando. Mi balena l’idea che sia la stessa coppia che era sotto l’albero-oasi prima di noi, credo che debbano provare una punta di esasperazione a vedersi seguire da due che ridono senza apparente motivo. So che non possono essere gli stessi, tu interpreti che io senta di essere seguita, ma non proprio. Più che seguita giudicata. Forse voglio. Forse lo temo. O entrambe le cose. Torniamo a ridere pensando ad una mia collega che incrocio spesso al parco, chissà cosa penserebbe oggi. Sarei in grado di lavorare, forse anche di fare una presentazione. Te lo voglio spiegare, ho il concetto in testa, ma mi incarto e la parola non c’è. Ridacchiando concludi “sì, quello…”. Forse no, non riuscirei. Bene così.
Ho la sensazione che dovessi fare qualcosa oggi, di lavoro, ma non realmente di lavoro. E che mi sono resa inabile. In questo momento dovrei sentirmi in colpa, ma sono solo leggermente stizzita e stranita. Focalizzo l’attenzione su cosa dovevo fare e no, non dovevo lavorare. Ci ripenso: avevo programmato di essere libera da ogni impegno tutto il giorno. Perché ho questa sensazione?
Non capisco quanto tempo sia passato. Credo poco, ma sembra tanto. Vorrei tenere traccia di ogni istante, ma perdo ogni stante nell’istante stesso in cui lo vivo. Perché mi sento strana? In realtà sono vigile, vedo tutto esattamente come è, niente di insolito. Mi chiedi se voglio provare a meditare. Accetto, voglio capire cosa intendi e sono curiosa di riuscirci. Non mi sento giudicata da me stessa né tantomeno da te. Ci sdraiamo, chiudiamo gli occhi. Mi sento osservata, delle sagome si muovono sopra di me. Ombre di tanti turisti che si protendono a sbirciare e fotografare me sdraiata all’ombra di un albero. Nella mente ci sei tu sdraiato accanto a me, ma hai una maglietta bianca leggera, a mezze maniche. Sei più chiaro, hai il viso più tondo e hai la barba tagliata, che appena ti colora la pelle. Mi chiedi se vedo forme. Sì, vedo un intreccio di fibre in movimento, poi capisco che intendevi il caleidoscopio. C’è, anche se molto lieve. Non è una certezza, è a metà tra visione e idea. Apro gli occhi e vedo che sei tu, ma diverso, vestito di blu scuro.
Ho la sensazione che degli uomini siano seduti sulle panchine libere vicino a noi e, silenziosi e seri, ci guardino. So che non ci sono.
Non so dove sia finita l’idea della meditazione, neanche me ne ricordo più. Parliamo e parliamo, ininterrottamente dici tu. Penso a cosa penseranno le persone attorno. Dei ragazzi stanno mangiando sulle panchine davanti a noi, realisticamente a dieci metri di distanza. Li sento troppo vicini. Ogni mia risata risuona schioccante e rimbomba. E’ esagerata, devono sentirla e pensare qualcosa. Ma poi li guardo e sono troppo lontani per sentire me che rido. Io non sento le loro risate, ma se ci presto attenzione anche loro stanno ridendo. Lo spazio attorno a noi è alternativamente grande e troppo piccolo. Gli altri troppo vicini e lontani. Ho dei brividi.
Guardo il tuo naso, che un’ora fa stavo martoriando per schiacciarti i punti neri. Focalizzo i pori della pelle, che vedo in modo estremamente nitido, lo chiami full HD. Diventano più grandi, esce qualcosa. Dalla radice del naso si irradiano dei capillari rosso fuoco. Mi giro, non voglio vedere. E’ strano. Avrei voluto vedere, in realtà, ma non qualcosa che implicasse un pericolo per te. L’immagine dei punti neri mi balla negli occhi ogni volta che li chiudo, è un chiodo fisso.
E’ diverso da come me l’aspettavo. Immaginavo che avrei visto di più, ma sperimentato di meno. E’ un ciclo continuo di risvegli. Mi sveglio da un sogno e non so, ancora, di essere in un altro dal quale mi sveglierò tra un minuto. Ogni parola che dico suona distante da me. L’ha detta una me in un’altra dimensione. I livelli di realtà si sfogliano, ma non è il mondo attorno a cambiare, sono io dentro di me e la mia percezione di me stessa, dei miei pensieri, dei miei movimenti. Mi sono appena svegliata da un sogno e la realtà è come è sempre stata, mi sento lucida e pienamente funzionante. Poi, una sensazione si insinua nella testa e mi travolge senza che riesca a cogliere la discontinuità, come se fosse sempre stata lì. Trovo un’immagine per descriverlo, che tu condividi. Spero sia questa: “è l’aria vicino alla fiamma del fuoco, liscia e tremolante”. Si insinua, ma è già nella mia mente e la realtà diventa sogno, per poi tornare realtà.
Riconosco che tempo e spazio sono arbitrari e che i momenti di apparente competenza nel mondo sono così brevi che non posso convincermi di poter fare alcunché oggi. Posso solo godermi e scrutare l’esperienza.
Il fastidio al petto si fa di nuovo presente, come il bruciore da reflusso che ben conosco. Decido di alleviarlo finendo il panino lasciato a metà. Ti confesso che, per addentarlo, ho dovuto comunicare mentalmente l’intenzione alla me che mi stava accanto, ma che non vedevo. Pensiero e azione sono disgiunti, sono due delle dimensioni che si susseguono, ma contemporanee.
In un istante mi turbo: sei fatto anche tu, vero? Non stai fingendo per assecondarmi? Sento il timore e l’umiliazione di essere un peso e vista con compassione, ma mi rassereno facilmente.
Non sono felice, non sono triste. Non sento emozioni e non importa. E’ solo pace: sto e sono qui con te, in un sogno che si rinnova e non ho bisogno di niente. Non c’è un significato nascosto da trovare, un obiettivo. Non sento il peso dell’esistenza nel petto, la malinconia che si aggrappa alla vita.
Fa sempre più caldo, dovremmo spostarci, ma dove? Con enorme sforzo ti alzi e sposti il telo a due metri di distanza. E’ stata una grande impresa.
Tutta la mia attenzione è concentrata su noi due, sulla nostra interazione, le mie parole, le mie sensazioni. Non sono certa che ciò che mi dici non sia frutto della mia mente e la tua voce non rimbombi nella mia testa al pari della mia. Te ne chiedo conferma più volte. A tratti sparisce la distinzione tra il mio e il tuo pensiero. So che siamo due e io mi sento solo io, ma l’atmosfera di sogno rende difficile capire cosa immagino e cosa è.
Ci sdraiamo. Ti salgo sopra a cavalcioni. Il tuo viso è radioso, i tuoi occhi lucenti. Le palpebre colorate in modo pittoresco, ma naturale. Toni di rosso, fino ad un giallo acceso verso il naso. Sei bello. Sto bene, starei così per sempre. Ci baciamo, scherziamo, ci amiamo.
Ti infastidisce una cosa tra i denti, prendo un fazzoletto e te la tolgo. Dici di sentirla più di prima, ma non c’è. Non ricordo, sono stata io a toglierla? Non sono certa, eppure dovrei averlo appena fatto, ma forse l’ho sognato. E’ rimasto in un altro livello, ormai sfumato. Ti dà noia, ma ho paura di farti male. So di non aver chiaro ciò che faccio e non voglio fare danni. Ridi e ho l’impressione di starti soffocando, scendo da sopra di te e mi sdraio guardandoti di lato. Dei puntini gialli nel tuo padiglione auricolare si muovono graziosi: brulicano come piccoli insetti, delle cocciniglie attaccate alla pelle. So che non ci sono, non mi preoccupo, ma osservo affascinata per lunghi secondi. Ogni volta che il sole compare il mondo è ancora più bello e tu lo sei in esso. Alzo lo sguardo sul tronco dell’albero di fronte. La corteccia si muove ondeggiante, deve essere un effetto del cangiare della luce, ma sembra viva. E’ stupenda nella sua semplicità ed innocenza.
Senza saperlo né capirlo, è iniziata la seconda fase. Non attraverso più le dimensioni: sono in un sogno e so di esserci. E’ pace, pienezza senza ricerca alcuna.
Continuiamo a parlare, a baciarci e giocare. I nostri occhi si fondono e non lo trovo intrusivo né ridicolo. E’ semplicemente giusto, come deve essere. Siamo in sintonia, sguardi che si fanno uno in un unico sentire. Tu sai cosa sto pensando e non ha senso non dirtelo. “So che mi ami e che prima o poi me lo dirai. So che tu, non volendo figli, mi hai reso più facile lasciarti: non devo dirti che non ti vorrei come padre dei miei figli.”
L’ho detto davvero? Pare di sì, ma non mi turba. Non ti turba. Lo sappiamo, è la verità e non c’è niente di male nel dire ad alta voce ciò che il nostro pensiero comune ci comunica. Ciò che penso tu lo sai già.
Parliamo del nostro primo incontro e mi confessi che, più volte, hai sentito, guardandomi in viso, che il te del futuro mi conoscerà da tanto. Conoscerà quella me che ho nascosto dietro ad una facciata spaventante, ma che hai scoperto dopo poco essere tenera e dolce. Hai detto: “è lei”.
Sto bene. Ti vedo innamorato, mi sento innamorata e in pace. Non mi importa più di ambizioni, rancori e aspettative. Non mi importa di che tipo di uomo sei e di che tipo di donna vorrei essere. Mi vedi bella e io vedo bello te, tanto basta.
Insisti che potrei stare un po’ da sola con i miei pensieri, proponi di stare in silenzio per un po’. Ci provo. Guardo la corteccia danzare, provo a rilassarmi e la vedo pettinarsi come peli fitti mossi dal vento, in onde sinuose. Non so che fare. Guardo in alto le foglie e vedo tanti puntini neri che si muovono sulla loro superficie. Credo che siano formiche che camminano, ma sono troppe perché sia realistico. Non pensavo di poter vedere in modo così nitido dei dettagli a distanza, non dovrei essere leggermente miope? Penso che in fondo i nostri sensi funzionano meglio di quanto permettiamo loro di mostrarci.
Non riesco a stare in silenzio troppo a lungo e non sono in vena di introspezione. Sono connessa a te e la sensazione che voglio è la fusione dei nostri sguardi.
Disquisiamo dell’esistenza, del suo significato. Argomenti troppo importanti, ma che adesso sono naturali tanto è semplicemente vero ogni concetto. Esprimo il mio rammarico per ciò a cui si è sottoposto il mio psicologo, dieci giorni di meditazione vipassana. “Chi può sentirne il bisogno? Volerlo? Deve sentire una mancanza così profonda di significato da volerlo ricercare nel nulla assoluto”.
Riprendo in mano il panino, i pomodori di un rosso brillante. Nel guardarlo lo sento reale e io mi concedo di essere distante. E’ diverso da me, siamo in due dimensioni disgiunte, ma me ne rendo conto solo fissandolo. Non essere nella sua dimensione mi fa sentire leggera e più libera. Mi dici “ho capito cosa intendi, il panino è l’ultimo esemplare di realtà!”. Non era ciò che intendevo, ma questa frase mi colpisce, è pregna di significato.
Questo stato di pace dura più a lungo di quanto pensassi, ma, come decidiamo di alzarci ed incamminarci, è svanito.

Viaggio

Stasera ho fatto un viaggio dentro di me.
Un viaggio nel passato, ma soprattutto nel presente.
In emozioni vive e mancate. Me lo sono concessa, inaspettatamente. Ed è stato strano.
Per questo desidero scriverne, per non dimenticare ciò che è già in gran parte svanito.
Per me, per me per sapere cosa significa essere qui adesso in questo mondo di incubi oscuri che assaltano a freddo. Mostri che da fuori sembrano invenzioni leggere, ma che vivono più intensi di una mazzata in faccia.
Ho preso una decisione ardita, direi. Di riprovare. Riprovare a ballare davanti alla tv con una musica forte nelle orecchie, la stessa che avevo incontrato a Cambridge per la prima volt. Un po’ per caso, per sentito dire, perché mi credevo una giovane dall’animo raggrinzito e volevo imparare. Perché volevo evadere e qualunque cosa funziona.
Avevo una casa nuova, a Cambridge, che era lo scrigno dei miei sogni di rinascita. Di rivalsa.
In quella casa, finché sola, avevo ballato. Nuda, sulla moquette, senza TV, perché non l’avevo. La TV è venuta dopo, nel centro del disastro. Ed è rimasta, per i mesi di sfacelo. Gli anni.
Ballavo nuda, sudavo e sfogavo un impulso di liberazione da catene interne che, anche con movimenti ampi, forti, non si rompevano.
Stasera ho riascoltato gli stessi suoni. Mi sono costretta a ballare come allora, da profana che violenta il movimento.
Ho ballato. E ho sentito il mondo sciogliersi, dentro di me. I muscoli tesi in movimenti innaturali si sono allentati e hanno lasciato libero il petto di sprofondare nel dolore. Lo ha fatto.
Gliel’ho concesso, me lo sono concesso.
Così, profondo, sobrio, senza freni, non lo avevo presente.
Mi ha pervaso il corpo e tirato la mente in una incredula liberazione. Non dovevo pensare, solo stupirmi di essere.
Avrei voluto catturare l’essenza di quell’esperienza, ad ondate. Tra incredula indifferenza e profondo dolore trascinante. Volevo essere trascinata contro me stessa, senza avere potere decisionale.
Non ricordo niente, adesso, se non che avrei voluto scriverla. E mi dispiace.
L’esperienza più liberatoriamente intensa degli ultimi anni.
Vera sofferenza sentita, in un lontano ricordo con troppi richiami a valori e fallimenti
Sofferenza penetrante, ma significativa.
Credevo istruttiva, ma la mia mente mi ha gabbata, come sempre.
Volevo conoscermi e capire, da questa esperienza.
Mi sono confermata che cancello.
Cancello ogni significato dalle esperienze.

Assenza

Ferito, volti le spalle.

Lei, non lo avrà più. Un tuo abbraccio.

Lei, bambina, contava su di te.

Sono ingiusta. Capisco.

Liberati, da un flagello. Di un’anima persa che si aggrappa a te.

Liberati, di chi non puoi amare.

Io ho perso il sogno di un compagno. Che amavo, nell’unico modo che conosco. Sguaiato e drammatico.

Io ti amavo. Credimi.

E ricordalo.

Addio.

Le parlo, le chiedo, la imploro. La vita.
Di spiegarmi, di farmi sentire.
Come fare, per essere in lei.
Ma più tento, più mi allontana.

Non la capisco, non è mia.
Non sono io, non so chi sono.

Squarciami il petto ed annienta tutto, vita.
Non posso essere qui senza capirti, senza apprezzarti, senza volerti.

C’è tanto a questo mondo che amo.
Ma non è abbastanza per placare una voragine che risucchia in un buio profondo.

I miei occhi guardano dentro, verso l’alto. L’esterno si riflette opaco e sgranato. Un alone scuro intorno alla visuale immaginaria della stanza. Un peso piccolo, di piombo, ha trascinato gli occhi dentro al cranio, ruotati a sentire ossa che ottundono il cielo che mi sovrasta. Le orecchie fischiano nelle tempie, in un ronzio acuto di cui non mi sono mai occupata, tanto è naturale ormai. Aspetto che il mondo mi scalfisca, ma non può. Non mi dispiace più, di non vivere. Non ci sono totalmente, ma in parte ancora. Sono curiosa, mi chiedo perché. Mi annoto come, qui.

Le mani pesanti punte da infinitu aghi. Mi sto risvegliando?

Per qualche secondo gli occhi sono risaliti, per poi tornare giù.

Attendo, niente. Immobile e stordita.

Sfinita

Un tempo mi interessava scrivere in modo autentico, evocativo. Adesso l’urlo di cui ho tanto parlato, mi ha chetata. Sono stordita dal frastuono che sono io. Sono sfinita dallo scontro senza fazioni. L’unica fazione sono io, e perdo sempre.

Voglio morire.