Come in un frullatore

Gira lento, ma costante.
Io dentro, giro con lui.
Gira ogni giorno uguale a se stesso e ricomincia.

Sveglia, a piedi in lab, lì seduta, in piedi, seduta al pc, al bancone, al seminario.
Penso, provo, riprovo. Niente. Da capo.
Il tentativo fallisce, ancora. Sospiro.

Pranzo. Spesso no. Ma il caffè c’è sempre. Macchiato.
In lab, al bancone, seduta, in piedi, al pc.
Riprovo con nuove idee, nuove analisi.
Qualcosa prima o poi verrà.
Ma in fondo non mi importa, davvero.

Mi alzo, fuori dal lab, a piedi all’incontrario.
La sera ci sono prima i baci. Una marea.
Abbracci e baci.
Poi la cena. E il sesso. Sempre sesso, tutto uguale.
Il sesso è sesso. Sai la novità.
E il teatrino lì ha il suo clou.

Eppure ci provo, le attività non mancano.
Ma anche loro, costanti, compaiono e si spengono in un girotondo che dà la nausea.

Una pillola e il sonno.

Ancora un giorno nello stesso bicchiere, del frullatore.
Sballottata, come al solito. All’infinito.
E quando finirà, sarà solo l’ultimo dei giri.
Inutile come gli altri.

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Finito

Ho rimandato questo post per qualche giorno, perché in realtà non sento di dover festeggiare.

Ho finito la triennale in psicologia, ecco.
Ultimo voto 30L e d’ora in poi magistrale.

Ci sono voluti ben 6 mesi per completare tutti gli esami della triennale (ho barato, è vero, ho sfruttato gli esami già dati di biologia).
Il bilancio è triste: non ho imparato niente.
E dire che ho la media quasi del 30 (o più, se si contano i 30L).
Cosa c’è che non va?
Le possibilità sono due: o non c’è niente da imparare perché è una disciplina troppo recentemente entrata a far parte delle scienze o il corso di laurea ha uno scopo diverso da quello di imparare la disciplina.
In entrambi i casi, grande delusione.

Non resta che sperare nella magistrale, nel tirocinio…
Ma se coloro che accedono a questo percorso sono gli stessi che si laureano in 3 anni a questo corso fuffa le speranze sono davvero basse.

Peccato.

Tutto…

Il buono che avevo dentro. L’affetto sconfinato per lui. Che mi tiene in balia delle sue scelte per giorni. Sola e disperata, senza appiglio.

Il buono mi lascia. Goccia dopo goccia e io rimango arida in un lago di lacrime. Terra bruciata dal sole, spaccata.

Dentro non rimane niente. Un vuoto incolmabile che mi chiama a stare. Lì, non so come. Stare ferma ad aspettare. Che arrivi il giorno in cui non sarò più li a dover sperare che natura mi privi del respiro.

Close your eyes

Ho messo Bublé, mentre svolgo compiti da scimmia ammaestrata in laboratorio.
Sapevo, ma ho corso il rischio.
Nessun effetto all’inizio. Meno male.

Poi eccola, una stretta nella gola che spinge le lacrime in alto.
E sono di nuovo lì.
A Cambridge.
A casa, ubriaca, in chat con lui.
Al lavoro, sguardo fisso su uno schermo bicromatico.
A letto. Quella notte in cui ho pensato che la mia vita sarebbe cambiata per sempre.
Questa canzone mi ha accompagnata, momento dopo momento, nella mia ossessione. Ossessione per una persona, la prima.
E in seguito, anche per gli altri. Meno importanti. Di cui il ricordo è offuscato.
Ma non quello di lui.
Il suo ricordo è tagliente. E riaffiora tra queste note ovattate.

Forse speravo di sentirla. Di tornare indietro ad un periodo buio.
Ma intenso.
Il periodo più vero, significativo che mai vivrò.

Adesso so che il tempo non ha smorzato le emozioni.
E ogni volta che vorrò, questa canzone.
Potrà sommergermi nella nostalgia di un incubo.

Cosa ho fatto…

A volte mi sento come quando non volevo più sentire.
E non capisco perché. Ma è un a volte frequente.
Solo un pensiero, nessuna azione.
Poi, guardo la mia cicatrice, diafana e lucente. Bella. Romantica.

Cosa ha scatenato questa malinconia di autoannullamento.
Un pensiero casuale.
Sto scendendo due gradini. Ho il flash di me che cado e mi spezzo il collo. Paralisi totale.
E mi dispiace. Non voglio.
E’ un istante.
Pensiero seguente: mi dispiace, quindi non voglio più morire.
Morire, cosa ho fatto?
Perché ho distrutto tutto?
Perché sono tre anni più vecchia e cento passi indietro?

Ancora, rimorso, senso di colpa. Rabbia, rabbia.
Tristezza.
Rabbia.
Cosa ho fatto? Cosa…

Tutto questo è una frazione di secondo.
Sparisce in un battito di ciglia e i tre gradini li ho fatti.
Esco sorridente e riprendo a vivere la serata come da copione.

Fine serata, adesso ho qualcosa in fondo allo stomaco.
La cena, sì.
No.
Risale a prendere la gola e gli occhi.
Mi avvolge voluttuoso.

Non voglio vivere una vita di rimorso.
Ma il rimorso mi appartiene.

Cosa ho fatto…
Come ho fatto? Cristo. Perché?
Il buco nero in fondo allo stomaco mi risucchia l’anima, ma non se lo porta via.
Mi domina le membra, ma non il pensiero.
Sto male e non so perché.
Sto male una sera in più. Senza alcol.
Sto male e non vedo via d’uscita. E ricordo cosa avevo provato, allora.
Un ricordo sbiadito, ma pur sempre mio.

I pensieri si affollano ora, che scrivo, per scrivere.
Se non scrivo, io sono emozione pura. Fluida e corrosiva.
Il poco ordine che ho fatto, adesso, mi porta ad un solo punto.
Un interrogativo dolente e retorico.

Che cosa ho fatto…